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Scuola e spesa pubblica
Marco Campione riassume qui i risultati dell’analisi dell’ OSCE sulla scuola.
Ovviamente sono dati che smantellano le favolette che la Gelmini propina agli italiani, su tutte quella degli stipendi che succhiano il 90% del bilancio.
Tuttavia mi sento di avanzare una critica a Marco.
A pag. 58 del rapporto si dice che l’Italia spende per la scuola il 4,5% del PIL contro una media del 6,2%

a pag. 61 un bel grafichetto ci mostra come lo stato italiano spenda in istruzione solo l’8,2% contro una media OSCE di oltre il 15%

Infine a pag 67, un altro bel grafico ci dice che in stipendio degli insegnanti spendiamo quanto Spagna e Germania, in percentuale (anche se con distribuzioni diverse tra secondaria e Universita’)

Per cui l’ossessione degli stipendi (troppi e troppo bassi) in realta’ e’ il solito specchietto per le allodole tout-court.
Portassimo infatti la nostra spesa pubblica a livello della media europea, chesso’ magari varando un grande piano di ristrutturazione della nostra edilizia scolastica, mettendo in piedi aule multimediali serie, potenziando il tempo pieno, la percentuale dei miseri stipendi degli insegnanti, crollerebbe ben aldisotto del 70% (e ci sarebbe spazio per tranquillamente aumentare gli insegnanti e gli stipendi, senza sforare le medie OSCE)
Casablanca, Italy
A Dicembre scorso son stato, per motivi di lavoro, a Houston. In un momento di break una collega americana mi confidava il desiderio di venire in Italia per l’estate per visitare il Lago di Como (George Clooney ha fatto molto di piu’ della Brambilla per il nostro turismo), Venezia, Roma e poi passare una settimana sulla riviera italiana a… Casablanca.
Con imbarazzo le ho spiegato che Casablanca non si trova in Italia, bensi’ in Marocco. Ma lei ha insistito: “Pero’ e’ vicina a Roma”. Io, pensando che per gli standard US, Casablanca e’ effettivamente vicina a Roma, le ho detto di si’, che tanto poi ci pensera’ la compagnia viaggi a chiarirle meglio le idee.
Una volta ritornati sul suolo patrio poi il fattarello e’ divenuto l’aneddoto eponimo della nostra spedizione texana.
