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La mafia come elemento unificante del paese


Ogni tanto, ciclicamente, mi infogno in discussioni sulla mafia, come questa, con i miei amici settentrionali.

La mia posizione e’ che la mafia, anzi le mafie, non possono essere piu’ considerato un problema solo del Sud, ma di tutto il paese.

Di solito mi ribattono su due punti: sul fatto che al Nord non ci sia un controllo militare del territorio da parte delle organizzazioni mafiose e che al Nord ci sarebbe una qualche impermeabilita’ culturale al fenomeno.

Sul primo punto riconosco che ancora effettivamente non ci sono situazioni paragonabili a quelle del Sud.

Ma e’ sulla cultura che dissento profondamente. A parte il fatto che dopo 50 anni di tv a reti unificate trovo che le differenze culturali tra meridione e settentrione siano assolutamente minime e per di piu’ folkloristiche, ma a me pare chiaro che il reinvestimento dei proventi del malaffare nel nord italia sia avvenuto, stia avvenendo, con la collusione e la connivenza di una buona parte della borghesia settentrionale, e che il modo di intendere le relazioni politiche, economiche e sociali al Nord e’ ormai identico a quello del Sud, cioe’ una poltiglia gelatinosa dove non riesci piu’ a distinguere tra l’onesto e il mafioso perche’ i legami tra imprenditori, politici e mafiosi sono cosi’ intrecciati e cosi’ forti che anche una soluzione gordiana non sarebbe in grado oramai di rescinderli.

E ribadisco, il problema e’ essenzialmente culturale, l’accettazione del do ut des, del fare fare affari senza chiedersi con chi li si fa, fino a spettacolari slittamenti linguistici, in cui Formigoni riesce a parlare come un sindaco di uno sperduto paesino dell’entroterra meridionale.

La discussione finisce di solito con gli amici settentrionali che mi rinfacciano di voler solo auto-assolvere il Sud. Io ribatto di no e la discussione finisce li’, almeno fino alla prossima inchiesta

Pomigliano (ovvero dell’emigrazione meridionale)


Voglio premettere alcune cose. Come i ragazzi descritti qui da Marco Rossi-Doria, anch’io faccio parte di quel famoso 6 per mille. Son partito 10 anni fa oramai, con una Punto, non in treno, una moglie e un figlio. Ero, sono, un privilegiato:a differenza di quei ragazzi lasciavo un lavoro (allora) sicuro, una casa a mezzo con mio fratello, e andavo verso un lavoro migliore, non precario, in una grossa multinazionale.

Partivo contento, con un bagaglio di speranza sulle spalle. Che mia moglie, insegnante precaria, divenisse velocemente di ruolo, che io acquisissi conoscenze e capacita’ da riportare a sud. Partivo contento perche’ avevo una prospettiva personale, economica, sociale e persino politica davanti a me.

Dopo dieci anni diverse cose son cambiate. Ho una casa tutta mia, con un mutuo accettabile, due figli, e la vecchia Punto ha lasciato il posto a una monovolume e a una seconda utilitaria. Nel mentre la mia vecchia azienda e’ fallita, i miei ex -colleghi finiti in cassa integrazione, mia moglie e’ rimasta precaria e anche le mie prospettive di crescita si sono esaurite tra le mille ristrutturazioni aziendali lasciando il passo a un futuro quantomeno incerto, anche qui al Nord, sebbene probabilmente ancora migliore di quei ragazzi dignitosi in quei vagoni che dignitosi non sono. Comunque di ritornare al sud, per il momento non se ne parla, in futuro chissà, che il magone dentro, la saudade brasiliana, l’appocundria napoletana, che e’ forse il sentimento più vero del mio popolo, mica e’ passata, anzi

Premetto anche che di Pomigliano so poco, oltre alla sua tormentata storia e ai suoni degli e’Zezi che in qualche modo raccontano la grande fabbrica, mito assieme a Bagnoli dell’industrializzazione napoletana degli anni 70.

Tutto questo per dire che, nel desolante silenzio della politica nazionale e regionale, secondo me Rossi-Doria ha ragione, e che forse, dico forse, e’ giunto il momento di piantare i paletti, stringere la cinghia e resistere.

Per la Luna magari si ripassa tra qualche anno.