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Storie parallele:Ambrosoli e Siani


E’ difficile immaginare due persone piu’ differenti tra loro come Giorgio Ambrosoli e Giancarlo Siani.

L’uno nato e vissuto nella ricca e ordinata Milano, l’altro nella suburbia napoletana di Torre Annunziata. Il primo quarantenne avvocato di un certo successo, il secondo giovane giornalista precario e abusivo.

Eppure, oggi vedendo quel bellissimo film che e’ Fortapasc, mi sono reso conto che entrambi sono morti perche’ hanno fatto il loro mestiere con rigore, senza superficialita’, senza deflettere, senza accomodamenti, fino in fondo, trovandosi contro uno stato ambiguo e connivente e una criminalita’ feroce.

E se Ambrosoli lo fa, dall’alto della sua esperienza, con la lucida coscienza di chi sa quello che sta facendo, di chi  sa in quale verminaio si sta cacciando, Siani invece lo fa con l’incoscienza dei suoi 26 anni, di chi ha tutta la vita davanti e non capisce perche’ invece di fare il giornalista giornalista, debba accomodarsi a fare il giornalista impiegato.

E ho pensato che se questo paese fosse ancora in grado di produrre persone come loro, di estrazione sociale e culturale e geografica cosi’ diversa, eppure uniti inconsapevolmente in un’etica del lavoro, del proprio dovere, direi quasi calvinista, ecco forse questo paese avrebbe ancora un barlume di speranza.

La mafia come elemento unificante del paese


Ogni tanto, ciclicamente, mi infogno in discussioni sulla mafia, come questa, con i miei amici settentrionali.

La mia posizione e’ che la mafia, anzi le mafie, non possono essere piu’ considerato un problema solo del Sud, ma di tutto il paese.

Di solito mi ribattono su due punti: sul fatto che al Nord non ci sia un controllo militare del territorio da parte delle organizzazioni mafiose e che al Nord ci sarebbe una qualche impermeabilita’ culturale al fenomeno.

Sul primo punto riconosco che ancora effettivamente non ci sono situazioni paragonabili a quelle del Sud.

Ma e’ sulla cultura che dissento profondamente. A parte il fatto che dopo 50 anni di tv a reti unificate trovo che le differenze culturali tra meridione e settentrione siano assolutamente minime e per di piu’ folkloristiche, ma a me pare chiaro che il reinvestimento dei proventi del malaffare nel nord italia sia avvenuto, stia avvenendo, con la collusione e la connivenza di una buona parte della borghesia settentrionale, e che il modo di intendere le relazioni politiche, economiche e sociali al Nord e’ ormai identico a quello del Sud, cioe’ una poltiglia gelatinosa dove non riesci piu’ a distinguere tra l’onesto e il mafioso perche’ i legami tra imprenditori, politici e mafiosi sono cosi’ intrecciati e cosi’ forti che anche una soluzione gordiana non sarebbe in grado oramai di rescinderli.

E ribadisco, il problema e’ essenzialmente culturale, l’accettazione del do ut des, del fare fare affari senza chiedersi con chi li si fa, fino a spettacolari slittamenti linguistici, in cui Formigoni riesce a parlare come un sindaco di uno sperduto paesino dell’entroterra meridionale.

La discussione finisce di solito con gli amici settentrionali che mi rinfacciano di voler solo auto-assolvere il Sud. Io ribatto di no e la discussione finisce li’, almeno fino alla prossima inchiesta