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L’importanza della scuola
SERVONO PIÙ SCUOLE CONTRO LA CAMORRA RICHIAMIAMO ROSSI DORIA DAL TRENTINO
Le priorità a Napoli e in Campania sono tante. Ma se mi chiedessero di sceglierne una sola attorno a cui tutto ricostruire, non ho dubbi: direi la scuola.
Alla mia epoca un figlio che studiava era un’opportunità e un investimento dell’intera famiglia, oggi è un peso economico e psicologico. Cosa si è rotto nel passaggio di una sola generazione? Sicuramente si è infranta la percezione della scuola come principale motore di ascesa sociale. Questa la grande rottura. Al Nord questa rottura è stata meno drammatica, perché altre cose hanno sostituito la scuola come ascensore sociale, al Sud niente tranne l’illegalità e (troppo spesso) la malavita organizzata. L’intraprendenza e la voglia di riuscire e uscire dalla propria condizione si è trasferita fuori dalla scuola, e spesso solo nei circuiti illegali. La strada ti aiuta più della scuola: questa la convinzione in migliaia di famiglie sottoproletarie Come rilegittimare la scuola? Si dice: la scuola non ti apre alle «possibilità». Eppure, nonostante la caduta di prestigio della scuola, nel Mezzogiorno (dati 2005) i laureati che possiedono un impiego sono 81%, contro il 62% dei diplomati e il 49% delle persone con un diploma di scuola media. C’è un rapporto inverso tra tasso di disoccupazione e livello di istruzione. Il titolo di studio è determinante anche per quel che riguarda la probabilità di vivere in condizioni di povertà e di disagio sociale. In particolare, il livello di istruzione del capofamiglia incide sulla possibilità di diventare una famiglia povera. I nuclei familiari il cui capofamiglia è in possesso di un basso livello d’istruzione hanno un’incidenza di povertà quattro volte maggiore rispetto ai nuclei familiari il cui capofamiglia ha conseguito almeno la licenza media superiore. E allora riformuliamo la questione: la scuola come «noiosa necessità» regge ancora, nonostante i suoi mali cronici, per i ceti più abbienti, conferma per i figli lo status dei loro genitori, ma ha perso tutto il suo appeal per gli strati meno abbienti, cioè è diventata più di «classe» rispetto ai tempi di don Milani. A Napoli ciò rappresenta un disastro: la perdita di attrazione della scuola per determinati ceti, o per le classi cosiddette pericolose, è una lama sul nostro futuro, perché sta velocemente saltando l’unico strumento di integrazione, di inclusione, che la città ha avuto di fronte alla separazione da essa dei ceti sottoproletari, quegli stessi da cui vengono la maggior parte degli aderenti alle bande di camorra e la stragrande parte di quelli dediti ad attività illegali.
C’è da fare uno sforzo immenso. Ci vuole una «grande» politica, che metta insieme le esperienze migliori di scuole, volontariato, banche, imprese, che coinvolga tanti in una sfida alta. La Campania compete non solo per quanti chilometri di metropolitana sta costruendo, ma per come funzionerà il suo sistema scolastico, soprattutto nella capacità di integrare le classi sociali esposte strutturalmente all’illegalità. Se i figli delle classi meno abbienti non troveranno nella scuola promozione sociale, la partita è chiusa. Qui è il caso di lavorare passo dopo passo, segmento dopo segmento.
Si tratta di costruire interamente un sistema di welfare attorno all’istruzione, inventarsi programmi che premiano l’investimento della famiglia sulla scuola. Ad esempio, reddito di cittadinanza solo a chi manda i figli a scuola, e più reddito a chi ha figli che vanno bene a scuola; un libretto postale intestato ai nati in determinate famiglie che si ritira a 6 anni o a 14 anni solo se si prosegue con gli studi superiori; un libretto postale alimentato dalla famiglia e dalla Regione che si ritira a 18 anni se si proseguono gli studi universitari. E premi alle scuole dove è zero l’evasione E nel lavoro una selezione al contrario: priorità, concordate con le imprese, per i migliori diplomati e laureati che vengono da famiglie disagiate. Anche le banche e le imprese potrebbero dare qualche segnale di attenzione civile a questo problema. Cominciando, ad esempio, a selezionare i migliori 1000 studenti provenienti da famiglie meno abbienti e investire su di loro. Selezionarli negli istituti tecnici, seguirli passo dopo passo per almeno 5 anni e portali o all’università o nelle imprese. E trovare il modo di richiamare volontari attorno alle scuole di frontiera. Cioè, avviare un serio esperimento in Campania per i prossimi 7 anni, concentrando risorse e professionalità. Provando a verificare se con una prospettiva di essere seguiti per tutto il percorso, non voltino le spalle alla scuola interi quartieri, intere classi, intere generazioni. Le risorse ci sono, anche quelle economiche. Prendiamo gran parte dei fondi comunitari destinati al sociale (Fse) e impegniamoli in questi progetti, in sinergia con gli analoghi fondi a disposizione del ministero della Pubblica istruzione. Ma cominciamo con una cosa più semplice: richiamiamo in Campania Marco Rossi-Doria, che per ora sta nel Trentino a dare la sua esperienza. Un progetto del genere ha bisogno di persone come lui, se lo mettano in testa il sindaco di Napoli e il presidente della Regione.
Dichiarazione di Resa
Pur salvando minimamente la faccia alla Gelmini, questo verbale a suggello dell’incontro tra governo e sindacati di fatto sconfessa tutti i punti cardine della pseudoriforma della scuola
a) l‘orario obbligatorio delle attività didattiche della scuola dell’infanzia garantirà prioritariamente il tempo di 40 ore con l’assegnazione di due insegnanti per sezione e provvederà soltanto come modello organizzativo residuale lo svolgimento delle attività didattiche nella fascia antimeridiana, sulla base della esplicita richiesta delle famiglie;
b) il tempo scuola della primaria sarà svolto, in relazione anche alla esigenza di riorganizzazione didattica, secondo le differenti articolazioni dell’orario scolastico a 24 (prime classi per l’a.s. 2009-10), 27, 30 e 40 ore. In particolare, per l’orario a 24 (solo prime classi per l’a.s. 2009-2010) e 27 ore, si terrà conto delle specifiche richiesta delle famiglie;c) nelle classi funzionanti a tempo pieno saranno assegnati due docenti per classe”.
d) nella scuola secondaria di primo grado, sarà previsto un orario obbligatorio da 29 a 30 ore, secondo i piani dell’offerta formativa delle scuole autonome;
e) nella scuola secondaria di primo grado le classi con il tempo prolungato, ferma restando l’esigenza che si raggiunga il previsto numero di alunni frequentanti, funzioneranno con non meno di 36 e fino ad un massimo di 40 ore;
f) ferma restando l’adozione di misure compensative idonee a garantire i complessivi obiettivi di riduzione dell’art. 64 del Piano Programmatico sarà previsto il congelamento per l’a.s.
2009/2010 dell’incremento del numero massimo di alunni per classe in connessione con l’attivazione dei piani di riqualificazione dell’edilizia scolastica;g) sarà tutelato il rapporto di un docente ogni due alunni disabili;
h) dall’anno scolastico 2009/2010 troveranno attuazione i soli Regolamenti relativi al riordino del primo ciclo e al dimensionamento della rete scolastica e l’ottimale utilizzo delle risorse umane della scuola, con la contemporanea rimodulazione delle economie da realizzare per tale anno scolastico;
i) i regolamenti relativi al secondo ciclo si attueranno dall’a.s. 2010/2011. Si svolgeranno fin dal gennaio 2009 le iniziative e le attività di informazione al fine di far conoscere, diffondere e approfondire i contenuti dei nuovi percorsi di studio.Il Governo si impegna inoltre:
1) a costituire un tavolo permanente di confronto per ricercare le possibili soluzioni a tutela del personale precario attualmente con nomina annuale o fino al termine delle attività didattiche, per favorire continuità delle attività di insegnamento e di funzionamento;
2) a prevedere, qualora le risorse di bilancio lo consentano, l’estensione degli sgravi fiscali previsti in materia di salario accessorio”.
In sostanza le “economie” richieste alla scuola si troveranno altrove. Il che non e’ il massimo, ma almeno non si risparmiera’ toccando il segmento di scuola, la primaria, che meglio funziona in Italia. Rimane comunque un ragguardevole risultato per un movimento popolare e spontaneo che ha infiammato il paese tra ottobre e novembre.
Rimane comunque la necessita’ di riformare la nostra scuola, specie quella media, come del resto confermano le anche le ultime ricerche internazionali (qui per la matematica e qui per le scienze) , che vedono gli ottimi risultati dei bambini di 9/10 anni e al contempo i pessimi risultati dei loro fratelli maggiori
