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L’importanza della scuola


SERVONO PIÙ SCUOLE CONTRO LA CAMORRA RICHIAMIAMO ROSSI DORIA DAL TRENTINO

Quando alla fine dell’Ottocento la criminalità si è sviluppata e consolidata su base etnica. Di quella italiana, diventata la criminalità egemone a metà degli anni ’40-’50 con Cosa Nostra, sappiamo quasi tutto, di quella ebraica niente. Negli Stati Uniti, è noto, la prima grande ondata di immigrati arrivò in America, trovò una malavita già in pieno sviluppo, controllata, a quel tempo, soprattutto da ebrei e irlandesi.
Ci riesce assai difficile immaginare che gli ebrei in America abbiano prodotto una criminalità che per un periodo storico (soprattutto negli anni ’20 e ’30 del Novecento) è stata più importante e più efferata di quella siciliana. Arnold Rothstein, Bugsy Siegel, Abe Reles, Louis (Lepke) Buchalter, Meyer Lansky , Dutch Schultz erano i più famosi, i ragazzini ebrei li ammiravano e li consideravano i loro eroi perché si facevano valere con le armi, mentre i loro padri venivano da luoghi da dove erano scappati per le continue persecuzioni. Quella che era una delle criminalità più feroci, più radicate, nel giro di tre generazioni scomparve, senza lasciare tracce ragguardevoli della sua presenza. Un caso di integrazione riuscita negli Stati Uniti? Indubbiamente. Ma la storia della fine della criminalità ebraica ci dice un’altra semplice cosa. Le mamme dei ragazzi ebrei volevano che i figli studiassero, lo volevano con tutte le loro forze: il figlio all’università fu il loro sogno. O per strada o all’università, o morto o dottore, furono le alternative dei ragazzi ebrei senza altre prospettive negli slums delle città americane. C’è stato, dunque, nella storia della criminalità organizzata un caso di successo di integrazione per via dell’istruzione. Un caso di cui si sa pochissimo e si parla pochissimo.
Le priorità a Napoli e in Campania sono tante. Ma se mi chiedessero di sceglierne una sola attorno a cui tutto ricostruire, non ho dubbi: direi la scuola.
Alla mia epoca un figlio che studiava era un’opportunità e un investimento dell’intera famiglia, oggi è un peso economico e psicologico. Cosa si è rotto nel passaggio di una sola generazione? Sicuramente si è infranta la percezione della scuola come principale motore di ascesa sociale. Questa la grande rottura. Al Nord questa rottura è stata meno drammatica, perché altre cose hanno sostituito la scuola come ascensore sociale, al Sud niente tranne l’illegalità e (troppo spesso) la malavita organizzata. L’intraprendenza e la voglia di riuscire e uscire dalla propria condizione si è trasferita fuori dalla scuola, e spesso solo nei circuiti illegali. La strada ti aiuta più della scuola: questa la convinzione in migliaia di famiglie sottoproletarie Come rilegittimare la scuola? Si dice: la scuola non ti apre alle «possibilità». Eppure, nonostante la caduta di prestigio della scuola, nel Mezzogiorno (dati 2005) i laureati che possiedono un impiego sono 81%, contro il 62% dei diplomati e il 49% delle persone con un diploma di scuola media. C’è un rapporto inverso tra tasso di disoccupazione e livello di istruzione. Il titolo di studio è determinante anche per quel che riguarda la probabilità di vivere in condizioni di povertà e di disagio sociale. In particolare, il livello di istruzione del capofamiglia incide sulla possibilità di diventare una famiglia povera. I nuclei familiari il cui capofamiglia è in possesso di un basso livello d’istruzione hanno un’incidenza di povertà quattro volte maggiore rispetto ai nuclei familiari il cui capofamiglia ha conseguito almeno la licenza media superiore. E allora riformuliamo la questione: la scuola come «noiosa necessità» regge ancora, nonostante i suoi mali cronici, per i ceti più abbienti, conferma per i figli lo status dei loro genitori, ma ha perso tutto il suo appeal per gli strati meno abbienti, cioè è diventata più di «classe» rispetto ai tempi di don Milani. A Napoli ciò rappresenta un disastro: la perdita di attrazione della scuola per determinati ceti, o per le classi cosiddette pericolose, è una lama sul nostro futuro, perché sta velocemente saltando l’unico strumento di integrazione, di inclusione, che la città ha avuto di fronte alla separazione da essa dei ceti sottoproletari, quegli stessi da cui vengono la maggior parte degli aderenti alle bande di camorra e la stragrande parte di quelli dediti ad attività illegali.
C’è da fare uno sforzo immenso. Ci vuole una «grande» politica, che metta insieme le esperienze migliori di scuole, volontariato, banche, imprese, che coinvolga tanti in una sfida alta. La Campania compete non solo per quanti chilometri di metropolitana sta costruendo, ma per come funzionerà il suo sistema scolastico, soprattutto nella capacità di integrare le classi sociali esposte strutturalmente all’illegalità. Se i figli delle classi meno abbienti non troveranno nella scuola promozione sociale, la partita è chiusa. Qui è il caso di lavorare passo dopo passo, segmento dopo segmento.
Si tratta di costruire interamente un sistema di welfare attorno all’istruzione, inventarsi programmi che premiano l’investimento della famiglia sulla scuola. Ad esempio, reddito di cittadinanza solo a chi manda i figli a scuola, e più reddito a chi ha figli che vanno bene a scuola; un libretto postale intestato ai nati in determinate famiglie che si ritira a 6 anni o a 14 anni solo se si prosegue con gli studi superiori; un libretto postale alimentato dalla famiglia e dalla Regione che si ritira a 18 anni se si proseguono gli studi universitari. E premi alle scuole dove è zero l’evasione E nel lavoro una selezione al contrario: priorità, concordate con le imprese, per i migliori diplomati e laureati che vengono da famiglie disagiate. Anche le banche e le imprese potrebbero dare qualche segnale di attenzione civile a questo problema. Cominciando, ad esempio, a selezionare i migliori 1000 studenti provenienti da famiglie meno abbienti e investire su di loro. Selezionarli negli istituti tecnici, seguirli passo dopo passo per almeno 5 anni e portali o all’università o nelle imprese. E trovare il modo di richiamare volontari attorno alle scuole di frontiera. Cioè, avviare un serio esperimento in Campania per i prossimi 7 anni, concentrando risorse e professionalità. Provando a verificare se con una prospettiva di essere seguiti per tutto il percorso, non voltino le spalle alla scuola interi quartieri, intere classi, intere generazioni. Le risorse ci sono, anche quelle economiche. Prendiamo gran parte dei fondi comunitari destinati al sociale (Fse) e impegniamoli in questi progetti, in sinergia con gli analoghi fondi a disposizione del ministero della Pubblica istruzione. Ma cominciamo con una cosa più semplice: richiamiamo in Campania Marco Rossi-Doria, che per ora sta nel Trentino a dare la sua esperienza. Un progetto del genere ha bisogno di persone come lui, se lo mettano in testa il sindaco di Napoli e il presidente della Regione.

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Pubblicato il 19 marzo 2009, in camorra, Napoli, Partito Democratico, Politica, Scuola con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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