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Berlusconi e la Chiesa


Da cattolico scafato e un po’ -parecchio- schifato temo che non ci sia da illudersi troppo su una presa di posizione chiara della Chiesa sull’affaire Ruby.

E questo non certo perché la Chiesa non voglia entrare a piedi uniti nel dibattito politico italiano, anzi quando le fa comodo ci entra eccome, ma semplicemente perché per la gerarchia ecclesiastica, al netto di tutte le posizioni presenti nell’episcopato, e’ molto meglio avere un puttaniere che bacia la pantofola piuttosto che un onesto laico dalla vita proba che tende la mano ma agisce di testa sua.

Il corollario di questo pero’ e’ che appena la Chiesa troverà un altro baciatore di pantofole un po’ meno puttaniere dell’attuale, lo scaricherà immediatamente.

Per cui fossi in B. io mi preoccuperei piu’ di Formigoni o Letta che di Tremonti.

E’ giunto il momento di proclamarlo “beato makarios, il valoroso, il giusto”


Lettera di Monsignor Nogaro ai genitori di don Diana nel sedicesimo anniversario della sua uccisione

“Giuseppe Diana è il riscatto delle nostre terre sempre oppresse, è l’anima pulita della nostra chiesa meridionale. E’ giunto il momento di proclamarlo “beato makarios, il valoroso, il giusto”. E’ uno dei passi della lettera che il vescovo emerito di Caserta, Raffaele Nogaro, ha scritto ai genitori di don Giuseppe Diana, il parroco ucciso dalla camorra  nella sua chiesa a Casal di Principe il 19 marzo del 1994. Una lettera che Nogaro ha voluto firmare di persona “per prendersi la responsabilità – come ha dichiarato lui stesso – di una proposta, quella di rendere “Beato” don Diana,  che ai più può apparire provocatoria. Ma che invece è profondamente meditata”.

Una presa di posizione che è  anche un atto di amore verso un sacerdote che Nogaro ha conosciuto personalmente e con il quale ha girato nelle scuole per diffondere  la cultura della legalità. Non solo, ma lo ha difeso negli anni difficili in cui si svolgeva il processo ai suoi assassini. Quando contro il sacerdote c’erano tentativi diversi di diffamarne la memoria. “Recentemente – scrive ancora il vescovo Raffaele Nogaro – la Chiesa ha pubblicato un documento di grande responsabilità, sul fenomeno malavitoso, suggerendo così possibili catechismi della legalità. E’ un atto di coscienza  che le fa onore. Tuttavia – aggiunge il Vescovo –  minaccia di lanciare la scomunica ai camorristi. Spero non lo faccia mai, perché la Chiesa ha ricevuto la consegna di Gesù di “non condannare”.  La scomunica definisce la distruzione della persona, il fallimento totale della speranza. E la Chiesa delude profondamente quando scomunica.  La sua missione è quella di offrire agli uomini, “senza preferenza di persone” a tutti quindi, la compassione, la comprensione, la misericordia, il perdono di Cristo.”

Nogaro prosegue nella lettera ai genitori di don Peppe, scrivendo ancora:  “Giuseppe Diana, quale sacerdote della Chiesa, ha esaltato la sua responsabilità cristiana del servizio al prossimo fino al martirio. Era il prete che viveva il “ sacramento della vocazione” […] Don Diana rifletteva appassionatamente su questa compiacenza di Dio, che gli affidava una missione specifica. Ed era convinto che ogni suo gesto aveva l’autorizzazione del Padre. Era un prete che viveva il  “sacramento dell’incontro”.Compito del discepolo di Cristo è “amare il prossimo”.

Iolanda di Tella e Gennaro Diana, gli anziani i genitori di don Peppe, si sono commossi nel leggere la lettera. Toccati da un gesto di sensibilità tanto alto. “Sono questi gesti e le parole come quelle che usa Nogaro per il mio Peppino che mi fanno sopportare il dolore per la sua perdita – afferma Iolanda,  la mamma  del prete ucciso – Nonostante siano passati sedici anni dalla sua morte, mio figlio continua a mancarmi. Non so cosa ancora mi dia la forza per andare avanti. Oramai lo faccio solo per lui. Spero solo che la proposta del vescovo Nogaro sia l’inizio di un percorso condiviso anche dalla Chiesa”.

Ne è consapevole anche il vescovo Nogaro che, insiste, nel dire che parla a titolo personale e conclude così la lettera:   “E’ necessario che la nostra Chiesa ne prenda atto. Solo se la Chiesa lo proclama “beato-benedetto e bravo”, attribuisce a se stessa la dignità della lotta fino all’ultimo sangue, contro la camorra. Altri tentativi di riscatto possono riuscire ormai non credibili e forse non affidabili. La Chiesa, che celebra i suoi “martiri della giustizia”, diventa la garanzia della  vittoria sulla camorra.”

Il 18 marzo, in ogni caso, se ne avrà una prima riprova, quando alle 20, nella chiesa di San Nicola di Bari, dove fu ucciso don Peppe Diana, ci sarà una veglia di preghiera e di riflessione sul documento “Per amore del mio popolo”. Quello scritto da don Diana insieme ai parroci della Foranìa di Casal di Principe. Una riflessione che terranno il magistrato Donato Ceglie, il parroco della chiesa del Santissimo Salvatore di Casal di Principe, don Carlo Aversano e il portavoce del Comitato don Peppe Diana e di Libera, “Valerio Taglione”.

da LiberaInformazione