Chi vincerà e chi perderà le Elezioni Regionali del 2015


Domenica 31 maggio si voterà in 7 regioni (Veneto, Campania, Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Puglia) per l’elezione di Presidenti e Consigli Regionali. L’evento porterà alle urne all’incirca il 37% del corpo elettorale costituendo certamente un evento importante nella vita politica del paese. Infatti, al giro di boa di una legislatura tormentata e sicuramente di snodo nelle vicende politiche italiane e che potrebbe sancire il passaggio dalla II alla III repubblica e sebbene si tratti di elezioni locali, alcune delle quali dall’esito apparentemente scontato come le vittorie del PD nel cosiddetto “triangolo rosso” Toscana/Umbria/Marche o la riconferma del leghista Zaia a Presidente del Veneto,  tuttavia non mancano gli elementi di incertezza, anche a sorpresa, come la sfida ligure Paita-Toti e quella campana Caldoro-DeLuca, oltre a elementi che avranno ripercussioni abbastanza profonde nel medio periodo, e mi riferisco ai risultati dei quattro partiti maggiori, PD, Lega, Movimento 5 Stelle e Forza Italia.

Un test quindi di una certa rilevanza che pero’  rischia di consumarsi in un momento di forte stanchezza del corpo elettorale che in questi ultimi anni ha precipitosamente abbandonato le urne per rifugiarsi nell’astensione, tra frustrazione e disincanto.

Il risultato quindi dovrà essere letto in controluce, aldilà della semplice sommatoria di regioni vinte o perse.

Per fare un po’ di ordine forse conviene definire all’inizio quali sono le asticelle della vittoria per le singole forze politiche.

Movimento 5 Stelle

Le chanche per il movimento di Beppe Grillo di mettere il cappello su qualche regione sono al momento minime. Con il prevedibile calo dell’affluenza la Ciarambino in Campania e Salvatore in Liguria potrebbero tentare un exploit nelle rispettive regioni, approfittando dei problemi giudiziari e non di Caldoro e DeLuca e della scissione civatiana che pare aver notevolmente indebolito la candidata sostenuta da Renzi, quella Raffaella Paita la cui discussa vittoria alle primarie aveva gia’ causato la fuoriuscita da PD di un nome del calibro di Cofferati. In caso di vittoria in una delle 2 regioni il Movimento avrebbe indubbiamente raggiunto una grande risultato, ma più ragionevolmente potremmo considerare come asticella della vittoria la conferma a livello locale dei risultati che il Movimento spunterebbe a livello nazionale secondo i sondaggi, a dimostrazione di un certo radicamento sul territorio che finora a livello locale e’ sempre clamorosamente mancato. Ergo per dichiararsi vincitore il Movimento dovrà almeno raggiungere i seguenti risultati, proiezioni locali dei sondaggi nazionali:
Campania 22%, Liguria 25%, Marche 24%, Puglia 24%, Toscana 16%, Veneto 14%, Umbria 19%

Al disotto di questi dati si confermerà la finora cronica incapacità di incidere e di strutturarsi a livello locale che rende effimero ogni risultato raggiunto sul piano nazionale.

Forza Italia

Il partito di Silvio Berlusconi e’ in forte, fortissima crisi. Spaccato in Puglia, fagocitato al nord dall’arrembante Lega di Salvini, insignificante già da prima nelle regioni rosse. Gli rimane un’unica bandierina da piantare: Stefano Caldoro in Campania. Fosse ammainata pure quella il “cupio dissolvi” di un partito che nel 2008 aveva il 37% dei voti sarebbe definitivo. Tuttavia arrivato sull’orlo del baratro potrebbe ancora resistere alla caduta nel precipizio e persino fare un passo indietro. In questo caso sono da considerare punti chiave sia la sfida in Puglia tra Poli Bortone, sostenuta da Belusconi, e Schittulli, sostenuto dal fuoriuscito Fitto, e inaspettatamente la sfida ligure. Se infatti Forza Italia mostrasse ancora, nella regione dello scissionista Fitto che ne fu pure presidente, una capacita’ attrattiva nonostante tutto superiore a quella dell’ex-enfant prodige ridarebbe a Berlusconi un minimo di fiato indicandolo ancora come dominus dell’area. Se a questo poi si sommasse l’inaspettata ma possibile vittoria di Toti in Liguria, l’idea di ricostruire un partito di centrodestra attorno a figure atipiche ma tutto sommato rassicuranti e slegate in varia misura dalla vecchia nomenclatura come quelle di Toti e Caldoro potrebbe prendere corpo limitando il ruolo del’esuberante Salvini.
Riassumendo, dando per scontato il drastico ridimensionamento di Forza Italia in Veneto e nelle regioni rosse a scapito di Lega e liste civiche, Silvio Berlusconi per cantare vittoria dovrebbe assistere all’elezione di Caldoro e Toti con la Poli Bortone che supera Schittulli in Puglia. La sola riconferma di Stefano Caldoro unita a buoni risultati di Toti e Poli Bortone si configurerebbe come uno scenario di non-sconfitta. Qualora invece il partito di Silvio Berlusconi mancasse tutti e tre gli obiettivi sarebbe senza alcun dubbio una sconfitta pesantissima dalla quale sarebbe difficilissimo, se non impossibile, rialzarsi.

Lega Nord

La Lega ha il compito più facile e sembra destinata a una altrettanto facile vittoria. La riconferma di Zaia, nonostante l’ennesima scissione di Tosi, sembra dai sondaggi il risultato più scontato di questa tornata elettorale e quindi al buon Salvini per cantare vittoria basterà mantenere, al netto delle liste civiche di appoggio ai candidati presidente, percentuali regionali in linea con quella espressa dai sondaggi nazionali. Quindi il 13% in Liguria, il 6% in Toscana e il 35% in Veneto (dove pero’ bisognerà fare la tara con la Lista Zaia)

Partito Democratico

Il discorso per il PD e’ abbastanza complesso e occorre affrontarlo su due livelli, quello dei presidenti di regione e quello del risultato del partito. Cominciamo coi presidenti di regione: in questa tornata elettorale il PD ha 5 presidenti uscenti, ergo se il risultato finisse 4-3 come auspicato qualche giorno fa da Matteo Renzi non sarebbe certo una vittoria, anzi!, visto che fino a qualche mese fa sembrava addirittura possibile un 7-0. Anche una conferma del 5-2 con la cessione della Liguria e la conquista della Campania si potrebbe considerare una piccola vittoria, ma certo aprirebbe una discussione interna al partito sullo spostamento al centro della politica governativa. Nulla che Renzi non sia in grado di risolvere senza eccessivi problemi, ma di questo parleremo più avanti. Un occhio occorrerebbe darlo anche alle regioni rosse. Toscana Marche e Umbria tutto sommato sono state poco sondate perché ritenute “sicure” per il PD, tuttavia anche qui potrebbero esserci sorprese in caso di affluenza molto bassa, se infatti il presidente uscente toscano Rossi non raggiungerà il 50% tuttavia difficilmente scenderà sotto il 40%, soglia al disotto della quale scatterebbe un secondo turno dagli esiti evidentemente assolutamente imprevedibili in una regione che ha già consegnato Livorno ai 5 Stelle. Anche in Umbria il distacco nei sondaggi di 4/5 punti percentuali sul sindaco di Assisi Ricci non garantisce alla candidata del PD Catiuscia Marini di dormire sonni tranquilli. Comunque riassumendo: 7-0/6-1 chiara vittoria per il PD, 5-2 risultato problematico, 4-3 sconfitta.

Un secondo livello di lettura, quello del risultato del partito, e’ sicuramente difficoltoso a causa della presenza delle liste civiche a sostegno dei candidati presidenti che mascherano in qualche modo il risultato reale. Tuttavia sono 4 i punti da tenere sotto controllo per il PD. Il primo e’ la capacita’ di sfondamento del partito renziano nell’ultimo ventre molle (assieme alla Lombardia) del centrodestra nostrano. La Moretti e’ infatti la più renziana dei candidati presidente del PD e se complessivamente il dato del PD e delle civiche collegate non supererà il 33% significherà che non avrà approfittato della liquefazione di Forza Italia e che alla fine l’elettorato di centrodestra che diede a Renzi la sfolgorante vittoria delle Europee e’ ancora diffidente e titubante e al premier fiorentino preferisce ancora candidati di destra se presentabili e riconoscibili.
Il secondo punto da tenere sotto controllo e’ la tenuta del partito in Liguria dopo la scissione civatiana. Alle primarie del 2013 la mozione del deputato brianzolo colse in regione un buon 18% e considerato che il risultato ligure del PD e’ parecchio allineato al risultato nazionale, e che adesso i sondaggi accreditano il PD di un buon 36% se la Paita perdesse più del 6/7% significherebbe che la scissione avrebbe intaccato seriamente il bacino elettorale del partito e non potrebbe essere liquidata facilmente con due parole.
Il terzo punto e’ la tenuta del Partito Democratico nelle regioni rosse. Il rischio e’ che, sebbene in assenza di una chiara alternativa che coaguli il voto delle frange insoddisfatte dalla politica renziana e dalla gestione locale, si potrebbe comunque assistere a uno sfarinamento sulla falasriga di quello che e’ successo in Emilia Romagna e dagli esiti al momento forse controllabili ma in prospettiva imprevedibili. Insomma bisogna capire se il PD in affanno va a vincere per assenza di reali avversari oppure se sono vittorie piene, senza ombre. Le percentuali da tenere sotto controllo sono Toscana 50%, Marche 40%, Umbria 43%
Il quarto punto e’ il risultato in Puglia in cui occorrerebbe verificare se il PD diverrà primo partito della regione e se il suo risultato sara’ uguale o inferiore alla somma dei vari partiti di centrodestra.

Ovviamente queste problematiche sarebbero facilmente gestibili dalla segreteria Renzi in caso di vittoria, anzi darebbero spunto per una azione di “messa in ordine” del partito, sarebbero meno gestibili in caso di sconfitte perché potrebbero ridare fiato alle minoranze interne.

Possibile

Sebbene sia sempre azzardato proiettare risultati locali a livello nazionale tuttavia vale la pena spendere qualche parola sulla situazione ligure perché dopo l’abbandono del PD da parte di Giuseppe Civati la regione e’ diventata una sorta di laboratorio per l’iniziativa politica del deputato brianzolo. La situazione non e’ delle migliori, sia perché la valenza politica della candidatura Pastorino e’ apparsa solo in corso d’opera sia perché a sinistra c’e’ un proliferare di candidature fuoriuscite dall’esperienza della lista l’Altra Europa. A spanne possiamo dire che il consenso di Pastorino si basa su 2 colonne: i fuoriusciti del PD e la vecchia SEL. Come ho scritto prima l’area civatiana alle primarie 2013 prese il 18% in Liguria, equivalente a un 6/7% di voti cui occorre sommare un 2/3% di provenienza SEL. Tenendo presente che per la sinistra il dato ligure storicamente e’ in linea con quello nazionale raggiungere il 10%, la doppia cifra, sarebbe un ottimo risultato mostrando capacita’ di attrazione da parte di questa operazione politica in linea o superiori all’area di provenienza, ed e’ appunto quella soglia il discrimine tra una buona e una falsa partenza per il progetto politico “Possibile”.

 

Il desolante aumento dell’astensionismo in Italia


Votanti Sicuri Quello che vedete qui sopra riportato e’ il grafico dell’andamento della media dei “votanti sicuri” rilevati dai sondaggi nello scorso anno.

In pratica a giugno 2014 più del 60% degli italiani dichiarava che sarebbe sicuramente andato a votare per qualche partito in caso di elezioni politiche, la scorsa settimana questa percentuale e’ crollata al 48%, come ben testimoniano pure le recenti elezioni comunali in Trentino.

In sintesi  al momento la maggioranza degli italiani non ritiene l’azione di nessuna forza politica soddisfacente abbastanza da andarla a votare. Una cosa tutto sommato sconcertante se si pensa che in Italia ci sono almeno 7 partiti politici di rilievo oltre a una miriade imprecisata di partitini.

E’ un dato che i politici, tutti i politici, dovrebbero leggere con molta umiltà, ma che fondamentalmente cade nel propagandistico disinteresse di quasi tutti.

Questa discesa dell’affluenza non e’ ovviamente un fatto recente ma una costante degli ultimi decenni ed e’ frutto a mio parere di 2 fattori. Il primo lo chiamerei la “narrazione adulterata della realtà”, o meglio delle narrazioni, perché ve ne sono parecchie le più importanti delle quali sono, sempre a mio parere, quelle de “la ripresa e’ dietro l’angolo” e i “sono tutti uguali (tranne noi sottinteso)”. Sono narrazioni estremamente deleterie perché la ripresa non arriva mai, o almeno non nella misura in cui ci si aspetta, il che genera delusione,frustrazione, disaffezione e perché spesso e volentieri quelli che si ritengono meno uguali degli altri si dimostrano invece assai simili ai contestati, e di nuovo si cade nel circolo delusione, frustrazione, disaffezione.

Il secondo fattore e’ invece legato alla reale possibilità di elettori e simpatizzanti di intervenire in maniera efficace e non estemporanea sulle scelte della politica e dei partiti.  Esemplare credo sia la vicenda dei referendum: usati fino agli anni 90 con qualche successo per modificare alcune scelte di fondo della politica come aborto, divorzio, nucleare, legge elettorale una volta che si e’ capito che la politica aggirava le scelte più scomode, ad esempio sul finanziamento pubblico, hanno avuto sempre meno elettori, peraltro spinti da sciagurate scelte tattiche contingenti a non partecipare,  e sono oramai diventati uno strumento inutilizzabile, se non per motivi di pura propaganda politica, anche a fronte di un uso direi parossistico degli stessi.

A questo si aggiunge un’assoluta mancanza di elaborazione politica bottom-up all’interno dei partiti, dove al massimo si e’ chiamati a schierarsi su politiche proposte, se non imposte, dall’alto.

Il risultato finale e’ che ci si trova di fronte a tante minoranze da stadio che si urlano vicendevolmente slogan vuoti nel disinteresse della gran parte della popolazione e non e’ un caso che le urne si svuotino come gli stadi.

Ovviamente la tendenza all’aumento dell’astensione e’ storicamente ben presente in tutte le democrazie occidentali, e da molti viene accettata come naturale evoluzione della partecipazione politica, con a volte il sottinteso non detto che e’ meglio che votino in pochi poiché le masse sono facilmente influenzabili e manipolabili.

Ma francamente, anche se queste osservazioni hanno un fondo di verità, mi pare sempre più pericoloso affidare la nostra democrazia a minoranze agguerrite e altrettanto manipolabili delle masse o persino diretta espressione anche di piccoli grumi di potere.

Gli esempi sono sotto i nostri occhi e non mi va di elencarli.

Cio’ premesso che fare? Sicuramente il primo passo e’ ricostruire la relazione tra partiti ed elettori, ma certamente non in modo plebiscitario come referendum online o primarie gonfiate. Piuttosto occorrerebbe ricostruire veri micro-luoghi di dibattito e di decisione, con strutture e regole chiare non aggirabili.

E poi ovviamente occorrerebbe ritornare a fare politica, nel senso di capacita’ di discussione, elaborazione e sintesi tra le diverse opinioni, cosa che paradossalmente pare non piaccia molto al nostro ceto politico che oscilla tra un leaderismo autoreferenziale e muscolare e una gestione claustrale del potere tra cene, caminetti e segrete stanze, riuscendo spesso anche nel miracolo di fare le due cose contemporaneamente