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Eravamo quattro amici al TAR


Il momento richiede una approfondita riflessione

Eravamo quattro amici al TAR

Eravamo quattro amici al TAR
ma ci mancava un timbro tondo
costretti ad andare su e giu’
per far contenta tutta la banda
si parlava in continuita’ di liste della libertà
tra un bicchier di coca ed un caffè
pensavi: li morte’, a fa ste liste nun ce la farò.
Eravamo tre amici al TAR
uno se n’e’ tornato in barca
mo le liste son diventate tre
se nun ce sbrigamo ce mannano a casa
si parlava in tutta onestà, che ce stanno ad ammazzà
tra un bicchier di vino ed un caffè
pensavi: li morte’, a fa ste liste nun ce la farò.
Eravamo due amici al tar
con le liste sempre da rifare
i più stronzi però siamo noi
qui stanno a chiama’ in tanti
si parlava con tenacità di cadreghe e possibilità
tra un bicchier di whisky ed un caffè
pensavi: li morte’, a fa ste liste nun ce la farò.
Son rimasto io da solo al TAR
alla fine c’hanno mannati tutti quanti a casa
quest’oggi verso le tre stamo a fa a figura dei cretini
Ma poi lì vicino a me, con davanti due coche e due caffè
li ho sentiti chiacchierare, han deciso di interpretare
la legge elettorale che gli non va.
Sono qui con quattro amici al Tar
me sembra che giramo in tondo.

E poi ci troveremo di nuovo a far
ricorso ancora contro il TAR
o forse non c’incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai.

Egregio Presidente


Le scrivo la presente per esprimere tutta la mia angoscia per quello che e’ successo ieri sera.

La sua firma sotto quel decreto legge e’ uno schiaffo a chi lavora onestamente dalla mattina alla sera, alle prese con inderogabili scadenze di lavoro e burocratiche.

Artigiani a cui non basta fare una passeggiata all’Agenzia delle entrate per dire di aver rispettato i termini di pagamento delle tasse, insegnanti cui non basta fare una capatina in classe per dire di aver compiuto il proprio dovere, impiegati cui non basta avere un indistinto scarabocchio sulle proprie pratiche, pena la loro inutilità, e cosi’ via.

Ma non e’ solo questo,  ieri sera e’ morto anche formalmente lo stato di diritto in Italia: il diritto di competere  ad armi pari per il governo del paese.

Ora infatti sappiamo che il governo ha il potere di interpretare le norme come più gli aggrada, come un bambino prepotente e stizzoso che presagisce una possibile sconfitta nel suo gioco preferito.

Finora avevo visto in lei il garante dell’Unita’ Nazionale, di tutti i cittadini, il mio garante. Da ieri sera non più

Tristemente

Eugenio Angelillo

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