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Al Sud si e’ in guerra, sempre


Quel sangue del Sud versato per il Paese

di ROBERTO SAVIANO

Quel sangue del Sud versato per il Paese

Vengo da una terra di reduci e combattenti. E l’ennesima strage di soldati non l’accolgo con la sorpresa di chi, davanti a una notizia particolarmente dolorosa e grave, torna a includere una terra lontana come l’Afghanistan nella propria geografia mentale. Per me quel territorio ha sempre fatto parte della mia geografia, geografia di luoghi dove non c’è pace. Gli italiani partiti per laggiù e quelli che restano in Sicilia, in Calabria o in Campania per me fanno in qualche modo parte di una mappa unica, diversa da quella che abbraccia pure Firenze, Torino o Bolzano.

Dei ventun soldati italiani caduti in Afghanistan la parte maggiore sono meridionali. Meridionali arruolati nelle loro regioni d’origine, o trasferiti altrove o persino figli di meridionali emigrati. A chi in questi anni dal Nord Italia blaterava sul Sud come di un’appendice necrotizzata di cui liberarsi, oggi, nel silenzio che cade sulle città d’origine di questi uomini dilaniati dai Taliban, troverà quella risposta pesantissima che nessuna invocazione del valore nazionale è stato in grado di dargli. Oggi siamo dinanzi all’ennesimo tributo di sangue che le regioni meridionali, le regioni più povere d’Italia, versano all’intero paese.

Indipendentemente da dove abitiamo, indipendente da come la pensiamo sulle missioni e sulla guerra, nel momento della tragedia non possiamo non considerare l’origine di questi soldati, la loro storia, porci la domanda perché a morire sono sempre o quasi sempre soldati del Sud. L’esercito oggi è fatto in gran parte da questi ragazzi, ragazzi giovani, giovanissimi in molti casi. Anche stavolta è così. Non può che essere così. E a sgoccioli, coi loro nomi diramati dal ministro della Difesa ne arriva la conferma ufficiale. Antonio Fortunato, trentacinque anni, tenente, nato a Lagonegro in Basilicata. Roberto Valente, trentasette anni, sergente maggiore, di Napoli. Davide Ricchiuto, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato a Glarus in Svizzera, ma residente a Tiggiano, in provincia di Lecce. Giandomenico Pistonami, ventisei anni, primo caporalmaggiore, nato ad Orvieto, ma residente a Lubriano in provincia di Viterbo. Massimiliano Randino, trentadue anni, caporalmaggiore, di Pagani, provincia di Salerno. Matteo Mureddu, ventisei anni, caporalmaggiore, di Solarussa, un paesino in provincia di Oristano, figlio di un allevatore di pecore. Due giorni fa Roberto Valente stava ancora a casa sua vicino allo stadio San Paolo, a Piedigrotta, a godersi le ultime ore di licenza con sua moglie e il suo bambino, come pure Massimiliano Radino, sposato da cinque anni, non ancora padre.


Erano appena sbarcati a Kabul, appena saliti sulle auto blindate, quei grossi gipponi “Lince” che hanno fama di essere fra i più sicuri e resistenti, però non reggono alla combinazione di chi dispone di tanto danaro per imbottire un’auto di 150 chili di tritolo e di tanti uomini disposti a farsi esplodere. Andando addosso a un convoglio, aprendo un cratere lunare profondo un metro nella strada, sventrando case, macchine, accartocciando biciclette, uccidendo quindici civili afgani, ferendone un numero non ancora precisato di altri, una sessantina almeno, bambini e donne inclusi.

E dilaniando, bruciando vivi, cuocendo nel loro involucro di metallo inutilmente rafforzato i nostri sei paracadutisti, due dei quali appena arrivati. Partiti dalla mia terra, sbarcati, sventrati sulla strada dell’aeroporto di Kabul, all’altezza di una rotonda intitolata alla memoria del comandante Ahmad Shah Massoud, il leone del Panjshir, il grande nemico dell’ultimo esercito che provò ad occupare quell’impervia terra di montagne, sopravvissuto alla guerra sovietica, ma assassinato dai Taliban. Niente può dirla meglio, la strana geografia dei territori di guerra in cui oggi ci siamo svegliati tutti per la deflagrazione di un’autobomba più potente delle altre, ma che giorno dopo giorno, quando non ce ne accorgiamo, continua a disegnare i suoi confini incerti, mobili, slabbrati. Non è solo la scia di sangue che unisce la mia terra a un luogo che dalle mie parti si sente nominare storpiato in Affanìstan, Afgrànistan, Afgà. E’ anche altro. Quell’altro che era arrivato prima che dai paesini della Campania partissero i soldati: l’afgano, l’hashish migliore in assoluto che qui passava in lingotti e riempiva i garage ed è stato per anni il vero richiamo che attirava chiunque nelle piazze di spaccio locali. L’hashish e prima ancora l’eroina e oggi di nuovo l’eroina afgana. Quella che permette ai Taliban di abbondare con l’esplosivo da lanciare contro ai nostri soldati coi loro detonatori umani.

E’ anche questo che rende simili queste terre, che fa sembrare l’Afganistan una provincia dell’Italia meridionale. Qui come là i signori della guerra sono forti perché sono signori di altro, delle cose, della droga, del mercato che non conosce né confini né conflitti. Delle armi, del potere, delle vite che con quel che ne ricavano, riescono a comprare. L’eroina che gestiscono i Taliban è praticamente il 90% dell’eroina che si consuma nel mondo. I ragazzi che partono spesso da realtà devastate dai cartelli criminali hanno trovato la morte per mano di chi con quei cartelli criminali ci fa affari. L’eroina afgana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban. Questa è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Le merci partono e arrivano, gli uomini invece partono sempre senza garanzia di tornare. Quegli uomini, quei ragazzi possono essere nati nella Svizzera tedesca o trasferiti in Toscana, ma il loro baricentro rimane al paese di cui sono originari. È a partire da quei paesini che matura la decisione di andarsene, di arruolarsi, di partire volontari. Per sfuggire alla noia delle serate sempre uguali, sempre le stesse facce, sempre lo stesso bar di cui conosci persino la seduta delle sedie usurate. Per avere uno stipendio decente con cui mettere su famiglia, sostenere un mutuo per la casa, pagarsi un matrimonio come si deve, come aveva già organizzato prima di essere dilaniato in un convoglio simile a quello odierno, Vincenzo Cardella, di San Prisco, pugile dilettante alla stessa palestra di Marcianise che ha appena ricevuto il titolo mondiale dei pesi leggeri grazie a Mirko Valentino. Anche lui uno dei ragazzi della mia terra arruolati: nella polizia, non nell’esercito. Arruolarsi, anche, per non dover partire verso il Nord, alla ricerca di un lavoro forse meno stabile, dove sono meno certe le licenze e quindi i ritorni a casa, dove la solitudine è maggiore che fra i compagni, ragazzi dello stesso paese, della stessa regione, della stessa parte d’Italia. E poi anche per il rifiuto di finire nell’altro esercito, quello della camorra e delle altre organizzazioni criminali, quello che si gonfia e si ingrossa dei ragazzi che non vogliono finire lontani.

E sembra strano, ma per questi ragazzi morti oggi come per molti di quelli caduti negli anni precedenti, fare il soldato sembra una decisione dettata al tempo stesso da un buon senso che rasenta la saggezza perché comunque il calcolo fra rischi e benefici sembra vantaggioso, e dalla voglia di misurarsi, di dimostrare il proprio valore e il proprio coraggio. Di dimostrare, loro cresciuti fra la noia e la guerra che passa o può passare davanti al loro bar abituale fra le strade dei loro paesini addormentati, che “un’altra guerra è possibile”. Che combattere con una divisa per una guerra lontana può avere molta più dignità che lamentarsi della disoccupazione quasi fosse una sventura naturale e del mondo che non gira come dovrebbe, come di una condizione immutabile.

Sapendo che i molti italiani che li chiameranno invasori e assassini, ma pure gli altri che li chiameranno eroi, non hanno entrambi idea di che cosa significhi davvero fare il mestiere del soldato. E sapendo pure che, se entrambi non ne hanno idea e non avrebbero mai potuto intraprendere la stessa strada, è perché qualcuno gliene ne ha regalate di molto più comode, certo non al rischio di finire sventrati da un’autobomba. Infatti loro, le destinazioni per cui partono, non le chiamano “missione di pace”.

Forse non lo sanno sino in fondo che nelle caserme dell’Afghanistan possono trovare la stessa noia o la stessa morte che a casa. Ma scelgono di arruolarsi nell’esercito che porta la bandiera di uno Stato, in una forza che non dispone della vita e della morte grazie al denaro dei signori della guerra e della droga. Per questo, mi augurerei che anche chi odia la guerra e ritiene ipocrita la sua ridefinizione in “missione di pace”, possa fermarsi un attimo a ricordare questi ragazzi. A provare non solo dolore per degli uomini strappati alla vita in modo atroce, ma commemorarli come sarebbe piaciuto a loro. A onorarli come soldati e come uomini morti per il loro lavoro. Quando è arrivata la notizia dell’attentato, un amico pugliese mi ha chiamato immediatamente e mi ha detto: “Tutti i ragazzi morti sono nostri”. Sono nostri è come per dire sono delle nostre zone. Come per Nassiriya, come per il Libano ora anche per Kabul. E che siano nostri lo dimostriamo non nella retorica delle condoglianze ma raccontando cosa significa nascere in certe terre, cosa significa partire per una missione militare, e che le loro morti non portino una sorta di pietra tombale sulla voglia di cambiare le cose. Come se sui loro cadaveri possa celebrarsi una presunta pacificazione nazionale nata dal cordoglio. No, al contrario, dobbiamo continuare a porre e porci domande, a capire perché si parte per la guerra, perché il paese decide di subire sempre tutto come se fosse indifferente a ogni dolore, assuefatto ad ogni tragedia.

Queste morti ci chiedono perché tutto in Italia è sempre valutato con cinismo, sospetto, indifferenza, e persino decine e decine di morti non svegliano nessun tipo di reazione, ma solo ancora una volta apatia, sofferenza passiva, tristezza inattiva, il solito “è sempre andata così”. Questi uomini del Sud, questi soldati caduti urlano alle coscienze, se ancora ne abbiamo, che le cose in questo paese non vanno bene, dicono che non va più bene che ci si accorga del Sud e di cosa vive una parte del paese solo quando paga un alto tributo di sangue come hanno fatto oggi questi sei soldati. Perché a Sud si è in guerra. Sempre

Il Sud nelle mozioni di Bersani, Franceschini e Marino


Cominciamo con qualche numero. Nella relazione Bersani la parola Sud appare 11 volte, Mezzogiorno 2; nella mozione Franceschini il Sud e’ citato 5 volte e Mezzogiorno 9, mentre sfogliando la relazione di Marino il Sud appare 7 volte e Mezzogiorno 4. Curiosamente quasi tutte le citazioni del Sud appaiono giustapposte alla parola Nord.

In Bersani il tema della unificazione tra Nord e Sud e’ centrale nel suo discorso sul Mezzogiorno. Lo cita quando parla del partito

[…]Il non ancora del Pd indica ciò che possiamo diventare: il grande partito riformista che milioni di italiani non hanno avuto, la forza capace di unire Sud e Nord […]

e quando parla della scuola

[…]Il Paese chiede molto alla scuola italiana. È chiamata ad aiutare la mobilità sociale, a mantenere unito il Sud e il Nord […]

Addirittura il massimo delle citazioni e’ concentrato nel paragrafo Riformare lo Stato per mantenere unita l’Italia a pg 8 in cui propone la Riforma dello stato in chiave federalista (responsabile e solidale naturalmente)  per rinnovare il patto di unita’ nazionale e far sviluppare il Sud

L’unico altro accenno al Sud riguarda una possibile via di sviluppo: le energie rinnovabili. Idea peraltro ripresa anche da Franceschini e Marino.

l’Italia può diventare un Paese all’avanguardia nell’utilizzo delle fonti rinnovabili e per il risparmio energetico e su queste basi si può assegnare al Mezzogiorno una missione di crescita tecnologica e di sviluppo economico.

Passando alla mozione Franceschini riscontriamo che si pone piu’ l’accento sulle possibilita’ di sviluppo del meridione. Si da’ innanzitutto una prospettiva geopolitica al Meridione

Oggi il cambiamento geopolitico del mondo, la centralità del Mediterraneo possono trasformarlo da periferia dell’Europa nella sua principale porta d’accesso.

si individua un metodo:

E’ necessario concentrare gli interventi su pochi obiettivi prioritari, per evitare l’attuale “polverizzazione” della politica di coesione nazionale e comunitaria, che ha finora ridotto fortemente l’efficacia degli interventi.

si propongono addirittura obiettivi concreti:

Nell’immediato, occorre focalizzare le risorse (ordinarie e straordinarie) su un numero limitato di interventi, con l’obiettivo di dimezzare entro il 2013 l’inaccettabile divario esistente tra Nord e Sud nelle infrastrutture e nei servizi resi dall’amministrazione pubblica ai cittadini.L’azione pubblica di sviluppo nel Mezzogiorno deve porre al centro l’impresa.Gli interventi devono incentivare la nascita di nuove imprese, lo sviluppo e il consolidamento di quelle esistenti.

In tale ottica, va reintrodotta da subito la automaticità nella fruizione del credito d’imposta per nuovi investimenti nel Mezzogiorno, cancellando la norma inserita dal Ministro Tremonti che, condizionandone la fruizione ad un complesso sistema burocratico di prenotazione e verifica ne ha di fatto compromesso l’operatività.

Forte e’ anche l’attenzione ai giovani come motore del cambiamento

C’è una generazione di giovani meridionali che sta realizzando importanti progressi nei livelli di scolarizzazione, a cui dobbiamo dare risposte in termini di opportunità di impiego e di realizzazione individuale.

Individua anche uno dei problemi principali, a mio parere, del rapporto Nord -Sud

Tale esigenza diviene ancora più forte in un momento di crisi quale quello che stiamo vivendo che rischia di tenere molti giovani scolarizzati fuori dal mercato del lavoro. Dobbiamo impedire che continui l’esodo verso il Nord dei giovani laureati del Mezzogiorno.

proponendo qualche misura interessante

Noi proponiamo un piano di 100 mila stage presso imprese private destinati a giovani diplomati e laureati del Mezzogiorno, al fine di favorire il loro inserimento lavorativo.

Un intervento volto a favorire l’accesso al lavoro e la formazione in aziende localizzate nel Mezzogiorno attraverso l’offerta di un periodo di esperienza a carico dello Stato presso imprese private che al termine di tale periodo vengano significativamente incentivate ad assumerli.

Cita di sfuggita il problema culturale

E all’interno del paese pensiamo ad uno scambio fra studenti del Nord e del Sud per rafforzare esperienze e culture comuni, per aprire le comunità del mezzogiorno.

anche se a mio parere sono le comunita’ del settentrione ad essere piu’ chiuse, al momento.

Chiude i suoi interventi sul mezzogiorno con l’immancabile riferimento alle energie alternative

Noi vogliamo che l’Italia guidi una rivoluzione verde, vogliamo estenderne le grandi opportunità a tutti i territori, a cominciare da quelli del Sud, che su questi temi potrebbe riscoprire una vocazione che traini il suo sviluppo.

Marino parte a discutere del sud citando l’ormai innominabile “Questione Meridionale” mettendola al centro della questione democratica del paese

Avere a cuore la democrazia significa far tornare la questione meridionale al centro di un grande progetto di governo nazionale. Una più efficace presenza dello Stato deve andare di pari passo con un profondo senso di uguaglianza territoriale per il quale nulladi ciò che è normale e scontato a Milano non possa che essere normale e scontato anche a Palermo, e viceversa.

Anche Marino vede nel federalismo una possibile chiave di sviluppo per il Sud, insistendo anche lui per la fine degli interventi a pioggia

L’assetto federalista dello Stato è l’occasione per realizzare un governo più prossimo ai cittadini, semplificato, rappresentativo delle comunità. Riunire l’Italia nelle cose essenziali, dare spazio ai territori, per valorizzare diversità, energie, risorse. Una sfida che può essere virtuosa anche per il riscatto del Mezzogiorno, dove l’afflusso di denaro pubblico indiscriminato, a pioggia e non selettivo, produce paralisi e corruzione, mentre una nuova forte politica di investimenti mirati, finalizzati nei settori innovativi e trainanti può rimettere in moto talenti e risorse, rilanciare uno sviluppo civile e sociale

Gli e’ chiaro il ruolo negativo delle mafie nel mancato sviluppo del Sud e schiera chiaramente il partito contro di esse

Il PD deve conoscere il territorio meridionale nelle sue eccellenze produttive e deve consentire investimenti e crescita. Sino a quando la legalità non sarà ristabilita nella totalità dei territori meridionali sottraendoli al controllo della criminalità organizzata, nessuno sviluppo potrà mai aver luogo: il PD deve ambire a costituire un simbolo di lotta alla mafia, senza se e senza ma.

Chiude dedicando un paragrafo al Sud dove si riassumono problemi, si prefigurano metodi di governo, si abbozzano proposte

Tra Nord e Sud

Riprendere e portare a termine il processo di decentramento, per motivi di efficienza economica e di trasparenza politica: maggiore capacità di rappresentanza degli interessi locali, maggiore dei politici locali, maggiore possibilità di scelta per gli operatori, maggiore crescita economica.

Distribuire equamente le risorse tra Sud e Nord.

Contrastare la corruzione, il malcostume politico e amministrativo, promuovere uno sviluppo civile e sociale che, nel Sud, parta dalla liberazione dalla criminalità organizzata.

Investire nel capitale umano, nelle realtà produttive di eccellenza, nel recupero del territorio, nelle infrastrutture per il Mezzogiorno.

Costruire politiche regionali di rilancio pensate in termini di sistema, coinvolgendo università, amministrazioni locali, con lo scopo di creare un tessuto economico e sociale che possa resistere nel tempo e attrarre capitali e turisti.

Promuovere un patto collettivo nazionale che unisca le forze migliori del Mezzogiorno con quelle più lungimiranti del Nord, nell’idea di un nuovo patriottismo, perché il federalismo richiede un più alto livello di cultura politica, un accresciuto impegno civile di amministrati e amministratori.

Riassumendo: tutti e tre i candidati hanno ben chiaro il rischio di dis-unione che pende sull’Italia, ma per porvi riparo pongono l’accento su tre aspetti diversi: i primi due presenti in tutte le mozioni, il terzo peculiare in quella di Marino. Bersani pensa alla riforma federale dello stato come unico motore dello sviluppo del sud, Franceschini punta su giovani e investimenti mirrati, mentre Marino ha ben chiaro, oltre ai punti centrali nei discorsi  di Franceshini e Bersani, quello che a me pare uno dei problemi cardine, cioe’ quello della criminalita’ organizzata al meridione, vero “tappo” per uno sviluppo sano del Sud. Infine, a mio parere,  la Questione Meridionale appare in Marino ben piu’ centrale che in Bersani e piu’ organica che in Franceschini.

Mozione Bersani

Mozione Franceschini

Mozione Marino