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Una domanda


«Una domanda a quelli del Lingotto: dopo due anni di chiacchiere e giri di parole, avete trovato il coraggio di esprimere una candidatura alla segreteria nazionale del Pd?».

A me Adinolfi e’ sempre stato sulle scatole, ma la sua domanda oltre che legittima, e’ pure doverosa.

Luca Sofri poi, parlando della candidatura di Civati, gli risponde pure evocando addirittura la “bella morte”, neanche fosse lui un repubblichino di Salo’  e Bersani il comandante Diavolo.

Se volessi perdermi in dietrologie direi che i piombini o quarantenni o chi per loro sono coscienti della loro fondamentale irrilevanza in termini di tessere/territorio e quindi manco ci provano ad abbozzare una strategia per non rimanere irrilevanti.

Da un certo punto di vista la postazione del blog e’ comoda, ti permette di diffondere le tue idee senza misurarsi con la realtà. Pero’ senza una misura mica ci si rende contro di quali siano effettivamente i propri limiti. Che pure vi sono (basta leggere un Francesco Costa che vagheggiava un Ivan Scalfarotto sesto nelle preferenze al NO e che e’ invece precipitato al decimo) , ma coi quali, forse, non si vuole fare i conti. Pensare di prendere il controllo di un partito senza rischiare, senza commettere errori o subire sconfitte (anche cocenti a volte) e’ una idea ingenua della politica. Si parla tanto dell’eterno dualismo Veltroni/D’Alema, ma come qualcuno faceva giustamente notare a quarantacinque anni D’Alema faceva le scarpe all’ultimo segretario del PCI, mentre Veltroni a quarantuno anni  faceva il vice-presidente del Consiglio.  Insomma ne parliamo perché, a differenza di altri, Veltroni e D’Alema  all’età dei piombini qualcosina avevano già combinato.

D’altro canto, se tu non partecipi, non esisti. Scalfarotto ha una qualche visibilità e peso, proprio perché  ha raccolto lo 0,6% alle primarie. Non l’avesse fatto, sarebbe rimasto un perfetto sconosciuto, e neanche otterrebbe che all’incontro da lui organizzato al Lingotto si precipitino (non invitati)  due aspiranti segretari.

Ovvio che poi, se decidi di non metterti in proprio, non rimane che o la cooptazione, o il vai avanti tu che a me vien da ridere.

Insomma a me pare che ai piombini/quarantenni/carovanieri finiscano per mancare proprio le cose che rinfacciano come assenti nei loro piani ai “vecchi”: la strategia, il coraggio e la coerenza.

Sicuramente e’ ingeneroso chiedere a chi ha già dato di farsi massacrare ancora, pero’ forse sarebbe il caso di chiarire a tutti, e in primis a se stessi, cosa si vuole fare da grandi, e magari attrezzarsi per il viaggio, che ripeto non sara’ ne’ breve ne’ facile, ma da qualche parte bisognera’ pur cominciare.

Insomma saremo/saranno “quelli che nessuno stava aspettando”, ma forse sarebbe il caso di mettere un piede tra gli stipiti, onde evitare che ci si sbatta la porta in faccia per l’ennesima volta. Altrimenti c’e’ chi di blog ci campa egregiamente

Cara Debora: se non ora, quando?


Il PD e’ come una di quelle macchine che ogni tanto si vedono nei film, alla fine di una rovinosa discesa, coi freni rotti, il cambio ridotto in briciole, il volante che va un po’ a destra, un po’ a sinistra per i fatti suoi, il cui conducente per un miracolo della buona sorte o per la sua abilita’ di pilota ha evitato all’ultimo momento di finire nel dirupo, e ora sta li’ con un paio di ruote penzolanti sull’orlo del baratro, ma ancora dondolante pericolosamente.

Eppure i passeggeri si agitano senza costrutto, a meta’ tra il sollievo per lo scampato pericolo e la paura di cascarci ancora, in quel dirupo. Solo che tutta questa agitazione rischia effettivamente di far cadere la macchina nel baratro.

Sono momenti strani: ci vuole raziocinio, ma anche coraggio. Invece se ancora un minimo di  raziocinio c’e’, e’ il coraggio che manca.

Manca il coraggio di abbandonare definitivamente le vecchie case, sperando di trovare rifugio tra le vecchie, decrepite mura, ancorche’ gloriose. Mura decrepite, poi, non per uno strano fato di un destino cinico e baro, ma perche’ picconate dall’interno dai medesimi che ora le guardano come rifugio.

L’esito piu’ ferale per il PD sarebbe a questo punto un ricompattamento specioso dietro un candidato unico, il solito volemose bene pre-congressuale, che poi sfocerebbe nella solita guerra di logoramento post-congressuale. Veltroni docet.

Invece il PD ha assolutamente bisogno di uno scontro interno, da cui si esca con vincitori e vinti, con una linea chiara e ben definita e con un segretario che la faccia seguire a tutto il partito.

E’, ribadisco, una scelta razionale e coraggiosa allo stesso tempo, perche’ non si puo’ sopravvivere tra le ambiguita’.

Ed e’ anche una chiamata a chiunque abbia il coraggio di farsi avanti, ad una nuova classe dirigente che si affermi non per cooptazione, ma sul campo, sfidando i padri a viso aperto, magari subendo anche una sconfitta, ma costruendo una base per il futuro.

Ed e’ anche il momento di una proposta che, non dico infiammi i militanti e gli elettori, ma che li rivitalizzi, che susciti emozioni, che smuova emotivamente il corpo di un partito timoroso e spaventato, privo di ragioni per la sua stessa esistenza.

Per tutti questi motivi, da semplice militante del PD, vorrei che  Debora Serracchiani si candidasse da sola alla segreteria, lanciasse un’OPA ostile su questo partito e lo conquistasse al congresso.

La vecchia dirigenza e’ indebolita e ferita, ma ancora forte sebbene le crepe siano vistose. Non sara’ certo una passeggiata di salute, ma le leadership si costruiscono sul campo, o non le si costruisce affatto. Credo che la Serracchiani si trovera’ accanto tanti militanti, ma soprattutto il popolo dell’Ulivo.

Debora e’ tra i miei amici di Facebook, ma dubito che mi legga, ciononostante le vorrei fare una domanda.

Cara Debora: se non ora, quando?