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“La” partita


Ieri sera su La7 hanno dato “la” partita. Non lo sapevo, ci sono arrivato facendo zapping per caso, e ci sono rimasto ovviamente, complice una moglie andata a una riunione sulla scuola media.

Parlo di Italia – Brasile 3-2, Mondiali (anzi Mundial) 82, what else?

“La” partita eponima del calcio, per me, e penso anche per la mia generazione. Lo stadio Sarria, il compagno di III liceo che tifava Brasile (cosa? si può non tifare per gli azzurri?), i vicini di casa che scaramanticamente seguivano la partita “attrezzando” la macchina per il dopo partita, seguendola dai balconi aperti, come Fantozzi.

Insomma la partita della “presa di coscienza” del calcio, e della mia passione per il pallone.

Non che prima non lo seguissi il calcio. Mi ricordo ancora i pomeriggi a casa di mio nonno, attaccati alla radio ad ascoltare “Tutto il calcio minuto per minuto”, non c’erano ancora le radio private figurarsi Auriemma e Alvino, con un Krol raccontato assieme ai suoi lanci lunghi e millimetrici, mi ricordo il mio battesimo al San Paolo, seduti sui gradoni dello stadio assieme a mio padre, con i seggiolini di plastica ancora da venire, per una Italia-Francia sfortunata. E poi naturalmente c’erano stati i mondiali del 78, i primi a colori a casa mia, con la tv Autovox comprata per l’occasione, che fino ad allora  c’era solo la tv in bianco e nero. E le pagine sportive del Mattino, il lunedi’ pomeriggio, al ritorno da scuola.

Ma insomma, il Mundial 82, fu il primo campionato che seguii da adolescente cosciente delle regole del gioco, e capace di valutare i giocatori, se non gli schemi tattici.

Ci arrivammo a quella partita, si sa, con un girone di qualificazione mediocre, al limite dell’osceno, con una qualificazione conquistata con una pseudo-pastetta, un pareggio contro un Camerun ancora naif, alla sua prima partecipazione ai mondiali, quella con al seguito un dietologo di 200 kg per intenderci.

La stampa massacrava Bearzot, ma a me non me ne fregava niente, vedevo solo azzurro. Poi la vittoria sull’Argentina, con un Maradona ancora immaturo, accese le speranze.

Che di speranze avevamo bisogno, che occorreva vincere contro il Brasile. E mica un Brasile qualsiasi. C’erano Zico, Eder, Cerezo, Junior, Socrates, Falcao. Un concentrato di classe e potenza che poche volte s’era visto in giro. O si vedra’ in futuro, se e’ per questo. E questo Brasile aveva il lusso di tenersi un giovane Careca in panca, e schierare in attacco una mezza pippa, tale Serginho, che secondo me il terzino destro omonimo che apparve 20 anni dopo, avra’ segnato piu’ goal del Serginho del 1982. E poi naturalmente c’era Waldir Perez in porta, uno che spacciavano per portiere si’, ma di casa mia. Insomma per nostra fortuna i tempi di Taffarel, Dida e Julio Cesar era ben lungi dal venire.

Tanto per capirsi, quattro anni piu’ tardi, Maradona condusse al trionfo un’Argentina che, tolto Lui, aveva forse meta’ della classe e della sapienza calcistica di quel Brasile.

Certo, era un calcio diverso, con gli arbitri ancora tutti in nero, tranne un imbarazzante colletto bianco sventolante che sembrava tanto quello che si portava sul grembiule alle elementari; coi retropassaggi all’indietro, al portieri, che quando li ho rivisti mi davan l’idea di qualcosa di sbagliato; coi giocatori che ancora battevano la rimessa dal fondo, e non lasciavano fare al portiere come ora. E il libero davanti alla difesa.

Comunque il Brasile del 1982 ci appariva come una vetta inarrivabile, in cima a una parete piatta e liscia.

Eppure quell’Italia era la quintessenza del calcio all’italiana, con quel mantra zoffgentilecabriniorialimariniscirea che raccoglieva i massimi interpreti di quel calcio dove la difesa ad uomo la faceva ancora da padrone.

E fortuna volle che il Brasile delle stelle ci irrise all’inizio, con Zico ironico che celiava sul fatto che gli italiani li avrebbero seguiti, i brasiliani, fin dentro del cesso.

E cosi’, incuranti del fatto che gli sarebbe bastato un pareggio per passare il turno, in virtu’ della differenza reti (c’era il “gironcino” di ferro Italia, Argentina, Brasile) i brasiliani attaccarono dal primo all’ultimo minuto.

E noi rispondemmo con il nostro calcio: difesa attenta, quanto possibile di fronte a quei mostri sacri, e contropiedi fulminanti, con lunghe sciabolate che tagliavano la difesa del Brasile, come in occasione del primo goal, con Rossi, servito da Cabrini dopo uno spettacoloso cambiamento di campo.

E cosi’ insomma comincio’ la partita, con il guardalinee di Hong Kong; con la punizione che la tirava o Eder, o Falcao o Junior (per tacer di Zico) e chi tirava, tirava c’era sempre il rischio che la mettesse dentro; “O Doutor” che spuntava da tutte le parti; Bergomi che fa l’esordio al mondiale con dei baffoni che sembrava Gentile diciottenne, con Gentile che s’attaccava alla maglia di Zico fino a strapparla, e il pareggio di Socrates, e il raddoppio di Rossi su errore (incredibile!) di Junior, e poi nel secondo tempo il pareggio spettacoloso di Falcao che con una finta si beve tre difensori italiani, e poi, oltre ogni speranza segna il terzo goal di Rossi in mischia, e Zoff che para tutto il parabile, compreso un colpo di testa maligno di Paulo Isidoro al 90, che tutti abbiam visto dentro, ma che Dino fermo’ sulla linea con un gesto essenziale quanto efficace.

E poi insomma, infine, la consapevolezza di essere entrati nella storia, con Rossi che divenne “o carrasco do Brasil”, e ancora lo chiamano cosi’ da San Paolo a Bahia, e che quel 3-1 alla Germania in finale non poteva non essere la logica conseguenza di quel pomeriggio al Sarria’

Insomma per una serata mi son ritrovato nella mia vecchia casa, un pomeriggio assolato di luglio, a passeggiare nervosamente dietro il divano del salotto.

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Pubblicato il 20 maggio 2010, in Calcio con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Mi piace il tuo stile!
    Mi hai fatto ricordare perchè un tempo mi piaceva il calcio.

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