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Esegesi di Salvini


In questa ballata di soli sei versi, Matteo Salvini riesce sapientemente a racchiudere tutta la sua cultura umanistica, citando un’abbondante fetta della produzione letteraria italiana.
Sin dall’incipit
Senti che puzza scappano anche i cani
il Salvini ci introduce in un clima letterariamente dantesco. Dal verso adottato, l’endecasillabo piano, il lettore-ascoltatore avverte per intero il senso di una lezione altissima a cui rifarsi. Un mondo in cui Salvini, come un Virgilio due punto zero, ci conduce per mano. La puzza che il Salvini percepisce e dentro la quale ci immerge, ricorda il fetore da cui si viene circondati nell’undecimo canto dell’Inferno, tra gli eretici, a contatto con il diacono Fottino, o ancor più nel leppo della decima bolgia dei falsari. Non solo. Non è certo un caso che dinanzi al miasmo che il Salvini avverte, si diano alla fuga proprio dei cani, probabilmente una conscia corruzione eliotiana del veltro dantesco manifestatosi nel primo canto dell’Inferno.
Con il verso successivo
stanno arrivando i napoletani
il Salvini ci tiene per mano in un balzo lungo 5 secoli, tingendo il suo poema degli stessi colori cupi adoperati da Manzoni nel coro dell’Adelchi. I napoletani alle porte altro non sono che la riproposizione di quei furiosi e barbari longobardi pronti a soffocare la libertà degli italici, volgo disperso che si desta dagli atri muscosi e dai fori cadenti.
In maniera magistrale, con un boccale di birra in mano, il Salvini vira poi ebbro verso due quinari,
i colerosi
terremotati
consapevole del fatto che – seppur rari – nella tradizione poetica italiana di stile elevato, i quinari sono spesso abbinati proprio all’endecasillabo da lui precedentemente abbracciato. Un passaggio raffinato, in cui peraltro la rievocazione di due momenti tragici della storia della città di Napoli (il colera del ’73 e il terremoto del ’80) si fonde con certi esiti tipici del Pindemonte, come nella Melanconia (fonti e colline / chiesi agli Dei), o come nelle più alte vette della cultura padana (o quant’è bella / l’uva fogarina).
Ed è ancora un verso quinario
con il sapone
che il Salvini brandisce per veleggiare verso la chiusura del suo poemetto, un epilogo tutto improntato all’elogio dell’infanzia, quell’età che a Napoli viene racchiusa nelle parole guaglione (da cui la frase si’ guaglione: inteso come non sei all’altezza di ciò che provo a spiegarti) o criaturo (da cui si’ criaturo: inteso come non sei all’altezza di ciò che provo a spiegarti).
Il sapone che schiuma dalle labbra del Salvini, ripropone così le bolle gioiose sapientemente descritte da un Gianni Rodari o da un Mark Twain;
e le intenzioni del criaturo Salvini sono definitivamente disvelate dal verso finale
non vi siete mai lavati
un ottonario: dunque il verso preferibilmente usato nelle filastrocche, sia nella versione letteraria del Corriere dei Piccoli (Qui comincia l’avventura / del signor Bonaventura), sia nella versione popolaresca (Ambarabàcicìcocò / tre civette sul comò).
Pur riconoscendo tutto ciò al lavoro di Salvini, va aggiunto che la ballata è vecchia. Molto vecchia.

via il divano sul cortile

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Pubblicato il 7 luglio 2009, in Napoli, Politica, società, Uncategorized con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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